Digitalizzazione esasperata? La consapevolezza ci salverà. Accademia di Comunicazione
 
 
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Digitalizzazione esasperata? La consapevolezza ci salverà.

Il Presidente di Accademia di Comunicazione Michelangelo Tagliaferri, intervistato per Il Settimanale da Alessandro Paciello.

Dalla transizione digitale all’intelligenza artificiale, dai cambiamenti degli stili di vita e di consumo alla formazione delle generazioni future e all’innovazione sostenibile, il suo pensiero prospetta scenari non rassicuranti. Niente panico però, se l’uomo adotta comportamenti consapevoli e intelligenti.

Di seguito il testo integrale dell’intervista.

 

A cura di Alessandro Paciello.

«Attenti ai genocidi culturali: si schiacciano i saperi sul pensiero unico dettato dalle oligarchie al potere»

Michelangelo Tagliaferri denuncia i pericoli insiti in una transizione digitale esasperata: la vita è in mano agli uomini o ai robot?

Incontrare il professor Michelangelo Tagliaferri per parlare dei “tempi che corrono” è sempre un’esperienza unica, seppure per me ricorrente da oltre trent’anni, con una periodicità che quando diventa troppo rara mi manca, anche perché ne ammiro il pensiero mai allineato al mainstream e perciò sempre stimolante. Insomma, un intellettuale a tutto tondo che, da sempre, «non le manda a dire». Un’occasione da non perdere, quindi, poterlo intervistare.

Professore, siamo in un’epoca di transizione: dall’analogico al digitale, dalla dieta mediterranea a quella della giungla a base di insetti; dai negozi di artigianato di prossimità ai droni che consegnano a domicilio direttamente dai magazzini e fanno le guerre; dalla medicina come arte ai protocolli ministeriali somministrati senza visita al paziente; fino alle case costruite dalle stampanti 3D e non più dall’artigiano bergamasco. Una fase storica in cui una burocrazia tecnocratica unipolare e globalista, si oppone a un mondo multipolare e tradizionalista, come lo definisce Aleksandr Dugin. Dove stiamo andando? Come vede i prossimi anni?

Temo saranno anni di guerra, di conflitti. Aver vissuto gli ultimi decenni all’insegna delle metaforiche dicotomie che contrappongono Guelfi a Ghibellini, con linguaggi che sono anch’essi coerenti più a logiche belliche che di fratellanza universale – basti pensare alle terminologie del marketing mutuate da quelle militari – non poteva che condurci verso un baratro il cui fondo è rappresentato da un magma tutt’altro che rassicurante.

Quindi, ripeto, prevedo “guerre”! E non solo sui campi di battaglia con le armi. È ormai chiaro che siamo in un’epoca belligerante a cui per ora non riesco a dare un orizzonte di fine conflitto. Sono prevedibili, e ne abbiamo ormai la dimostrazione in questi mesi, progressive carenze di risorse economiche, energetiche, alimentari a cui potranno attingere solo le élite, sempre più oligarchiche, che si spartiscono i gangli del potere planetario. Questo a danno di una maggioranza che dovrà accontentarsi delle briciole e, quindi, di un accesso contingentato a esse, sotto autorizzazione delle ipocritamente, subdolamente e falsamente filantropiche oligarchie dominanti.

Questa situazione genererà quindi antagonismi sempre più diffusi e feroci nelle società? Sì e ciò porterà a genocidi!

Ci spieghi meglio questa drammatica affermazione, professore…
Ho una tetra certezza che mi riguarda da vicino, vista la mia attività accademica: si sta procedendo a genocidi di tipo culturale, e sarà sempre peggio, perché si uccideranno i saperi schiacciandoli e omologandoli al “pensiero unico e uniformante” dettato dalle oligarchie al potere; questo anche per non far riflettere più di tanto le masse e farle eseguire gli ordini in una chiave “orwelliana”. Da qui si può andare, e in realtà il mondo procede in questa direzione già da diversi decenni, verso genocidi umani; e poi distruzioni ambientali, con sparizioni di foreste, di ghiacciai, di specie animali e altro.

E quindi, quali speranza abbiamo? Cosa fare per sfuggire a questo drammatico destino? Chi lo può fare si trasferisca su Marte!

Fuori di metafora?

Dobbiamo costruire una nuova Arca di Noè. Il 95% della popolazione mondiale cadrà in una situazione disperante. Già buona parte di questa percentuale lo è, ma le cose peggioreranno se si andrà avanti in questo processo verso il transumanesimo. In fondo, gli elementi di base che consentono alla vita di generare la vita possono rimanere, ma diventa sempre più difficile “dominarli” senza comprometterli. La discriminante è molto forte: è la vita che è in mano ai robot e all’Intelligenza Artificiale o la vita è in mano agli uomini che usano per scopi evolutivi l’Intelligenza Artificiale che ha creato? In parole più dirette: saremo noi, singolarmente, per una scelta personale e consapevole, soprattutto non imposta, a manipolare il nostro DNA, o saremo noi stessi a essere manipolati da terzi – “per decreto” – nel nostro stesso DNA, con e per scopi coercitivi, di controllo e di sottomissione? E questo, evidentemente, proprio dalle oligarchie che gestiranno questa Intelligenza Artificiale.

Secondo lei sarà possibile fermare questa insensata corsa verso la digitalizzazione estrema e l’Intelligenza Artificiale sostituendola con processi di innovazione che siano sostenibili e umani dal punto di vista delle tecnologie proposte?

Dovremmo tornare un bel po’ indietro. Ai fondanti dell’economia e quindi della società, per esempio. Dobbiamo tornare a Pareto, a Karl Marx. Non basta fermarsi a Keynes o alla Scuola di Chicago, più epifenomeni che altro. La chiave da indagare, infatti, e alla quale far risalire quanto sta accadendo, è il capitale. Il capitale e, ovviamente, la capacità che attraverso di esso si ha di appropriarsi letteralmente degli uomini, della loro coscienza, se non addirittura della loro anima, guardandola in una chiave esoterica, sottomettendoli e schiavizzandoli nel nome e per conto di un sistema che fa del denaro il suo totem.

Quindi, professore, stiamo vivendo la logica e prevedibile conseguenza di un sistema capitalistico…
Come lei dice, ne è la logica evoluzione. Per invertirla nella sua tendenza dovremmo fare delle scelte, prima di tutto personali, come vorrebbe un approccio anche spirituale: siccome tutto tende al fatto che il bene, che dovrebbe essere comune, diventi capitale, dobbiamo far sì che il capitale diventi bene comune. In parole semplici, significa che ogni accumulazione di risorse primarie per la vita e per la sopravvivenza dovrebbe diventare “bene comune”. Insomma, in questo caso non avremmo più a che fare con la mera e bieca capitalizzazione e ciò farebbe emergere anche i limiti della proprietà privata. Questa non va abolita, come alcuni globalisti sembrano ventilare con finalità poco limpide di sottomissione delle masse derivanti dai loro obiettivi di perfida omologazione, ma andrebbe rivista o mai messa in discussione, riguardo a certi beni comuni, appunto, come per esempio l’acqua o le risorse energetiche. Non sarà un passaggio facile, ma va affrontato nei termini di un cambiamento di paradigma. L’economista Claudio Napoleoni, in una chiave marxista, prima di morire scrisse in uno degli ultimi suoi saggi: «Non sono riuscito a dimostrare che si potesse creare un modello diverso di economia. Ma voi fate in modo di continuare a studiare e a cercare questo modo alternativo per creare le condizioni formali di un nuovo sistema economico». In realtà, non lo ha fatto nessuno finora o, perlomeno, nessuno c’è riuscito.

Lei si occupa di ricerca universitaria e di formazione da molti anni. Vivendo a stretto e quotidiano contatto con i giovani che impressione ha: che siano più vittime della situazione che come tutti noi vivono, oppure che ne siano anche un po’ loro stessi artefici e carnefici?

Noi generazioni adulte abbiamo sicuramente delle colpe verso i giovani, in tal senso. Molti “esperti da rotocalco televisivo” cianciano dell’importanza dei passaggi generazionali e della necessità di sensibilizzazione e di maggiore consapevolezza da parte delle ultime generazioni annichilite davanti alla digitalizzazione dei loro cervelli. Ma, al momento mi sembra che le azioni istituzionalmente in atto non solo non siano convinte, ma probabilmente sono orientate proprio in senso contrario. Il giovane è diventato un “aggettivo” o, al massimo un “predicato”. Dire e dare del giovane a qualcuno in questa società vuol dire collocarlo. Anche io che ho oltre 70 anni sono “giovane”, volendo. Tutto viene collocato sul mercato affinché anche io, alla mia età, sia considerato, e io stesso mi consideri, un “giovane”. Fa comodo aver fatto diventare sostantivo quello he nasce in realtà come un aggettivo. E il paradosso è che dato che siamo tutti giovani, il giovane, quello vero, non esiste più. Così il giovane – come aggettivo e come generazione – perde la consapevolezza di esserlo veramente. Gli anni dai quattro ai 21 diventano pertanto meramente delle articolazioni del passaggio verso una maturità fisica, biologica, psichica, culturale, sociale e anche di apprendimento. Noi, non più giovani – e mi rifaccio di nuovo al significato vero e aggettivante del termine – dovremmo fare in modo che i “realmente giovani” siano effettivamente modulati rispetto al cambiamento. Mentre loro, di conseguenza, dovrebbero essere in grado di apprendere e comprendere la necessità di andare verso il cambiamento di paradigma che citavo, assumendosene la responsabilità anche attraverso la capacità di riflessione e di interesse all’approfondimento. Così facendo, ambendo alla libertà e alla conseguente capacità di far esplodere la forza creativa che viceversa rimarrebbe confinata e repressa. Un senso di colpa che la mia generazione deve avere nei confronti dei giovani è dovuto al fatto che non gli abbiamo detto dove abbiamo seppellito le mine antiuomo sulle quali loro stanno poggiando i piedi. Quindi, loro pensano di essere liberi, camminano in modo non consapevole, e lo fanno in un campo minato da noi, generazioni precedenti, che ci siamo ben guardati da avvisarli su dove abbiamo messo gli ordigni. Abbiamo una responsabilità enorme in questo! Ciò determina lo spaesamento sociale e psicologico delle giovani generazioni che deambulano senza aver capito in quale direzione.

Venendo ai cambiamenti di vita già parzialmente in atto e che determinano anche conseguenti mutamenti negli stili di consumo, prevede che presto ci ciberemo di insetti che ci verranno recapitati a domicilio da droni volanti, invece che recarci al supermercato e farci consigliare il salume e il formaggio DOP dall’incaricato del banco gastronomia? Verrà ucciso il senso del gusto e del bello e verranno definitivamente ridimensionati i rapporti umani che ne sono una gradita conseguenza?

Dipende se ci rimarrà la possibilità di produrre ancora dal genotipo oppure saremo diventati dei fenotipi per cui avremo perso il contatto con il primo. È la logica dell’OGM, per intenderci: sono il grano OGM che non è più in grado di generare altro grano, finché non rimane solo il suo fenotipo e oltre non si può andare? Se così è, l’umanità è perduta. Se così non fosse, e riuscissimo a mantenere le linee di genotipo – che vuol dire le linee di autenticità, le linee di salvaguardia, di biodiversità, di differenze culturali, per esempio nell’Europa dei popoli, che sono sì da integrare, ma senza perderne le antiche matrici – allora potremmo salvarci e salvare anche i supermercati e i banchi della gastronomia, oltre a quelli del pesce e della carne.

Eppure, almeno in Occidente, sembra di assistere a una conduzione diversa, da parte delle istituzioni e anche da parte del mondo della comunicazione che lo sostiene: in molti abbiamo l’impressione che si parli di “inclusione” più per eliminare le differenze e creare un’artificiale, ma comoda nella gestione, “uniformità”, piuttosto che perseguire un vero obiettivo di democrazia applicata. Giusto?

Giusto! Dobbiamo necessariamente mantenere le differenze perché sono fondamentali alla costruzione della metafora. Cosa intendo? Le differenze sono fondamentali per l’evoluzione umana perché necessarie per continuare a scoprire. E l’uomo nasce come ricercatore prima e scopritore poi. Nascendo imperfetto su questo Pianeta, anche se forse con una conoscenza di base, l’essere umano deve per forza continuare la sua ricerca, assecondando la fame di sapere. Perciò, l’Uomo è obbligato a conoscere e quindi è obbligato alla metafora. Ed è questo il motivo vero per il quale il digitale, pur occupando una parte sempre più importante della nostra vita, non potrà mai avere un definitivo sopravvento. Perché il digitale contribuisce affinché si produca sempre l’analogo. Così facendo non aiuta a utilizzare correttamente la memoria che abbiamo messo da parte oltre la memoria che abbiamo naturalmente. Cioè, il fatto di avere una memoria digitale all’interno di un sistema cibernetico può essere di grande interesse. Pensate a un’enciclopedia che è stata digitalizzata: le nozioni che la compongono non possono essere tutte nella mia testa, ma io so che lì posso trovarle. Così io ho una parte di me che ha la mia memoria, più o meno cognitiva, poi un’altra memoria che posso esplorare ogniqualvolta ne sentissi o avessi il bisogno. Questa è una memoria in standby ed è tutta utilizzabile, il che vuol dire che dobbiamo piegarla e adattarla all’idea di intelligenza connettiva. In altre parole, la sommatoria della mia memoria e quella degli altri, più la mia memoria e quella degli altri che è parte della digitalizzazione, insomma le nostre memorie insieme, sono moltiplicatori della nostra conoscenza rispetto ai problemi che dobbiamo risolvere. A ciò deve essere aggiunta anche l’esperienza, quella che abbiamo fatto nel vissuto della vita. Siamo in grado di mettere insieme tutti questi fattori? Nella vita di famiglia e nelle affettività di lavoro quotidiane forse sì. Dubito, o meglio aborro l’organizzazione “militare” della vita.

Una battuta sull’epoca pandemica che abbiamo vissuto. Come scrive anche Susanna Tamaro nel suo ultimo libro “siamo passati dall’arte medica all’applicazione dei protocolli”; aggiungerei dall’umanocrazia alla tecnocrazia; dal vivere, magari in modo anche eccessivamente epicureo, al “non vivere”, con il pensiero fisso della malattia e della morte come paranoico fardello quotidiano. Quanto siamo ormai schiavi di un sistema disumano che ci ha trasformati in automi di regime, pecore senza più volontà individuali, ma solo di gregge? Quale vaccino consiglierebbe oggi all’Umanità, per salvare se stessa?

La malattia vera è la paura in cui ci mantengono segregati. Il vaccino, l’antidoto, è semplice, esiste da sempre, generosamente gratuito, ma sempre denigrato e oppresso dai “no vax del male”: si chiama Amore!